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La Spugna

Poesia.
Raffaelli Editore, Rimini, gennaio 2010. Prefazione Renato Martinoni
 
 
 
dove mi passa la voce del mondo? / non sono piena, il mio corpo non è / materia uguale pesante compatta, / il mio corpo non è cemento
(la spugna, prologo)

Come la spugna, “cosa tra le cose”, è l’essere umano. Come la sorte della spugna è la vita dell’uomo, fatta di ferite, frammentazioni, traumi, dispersioni. Spesso questo “viaggio” verso l’ignoto nasce dal rifiuto di sé, da domande che qui si pongono a più riprese: “qual è il punto esatto in cui tutto comincia?”, “che cos’è la sostanza delle cose?”; oltre che dalla coscienza della fragilità, dell’astrattezza, delle contraddizioni dell’essere

non mi credere sono ambivalente / non ho sempre lo stesso significato / dentro di me sentimenti opposti / e mai sopiti si contrappongono, fuori di me direzioni opposte / e mai intraprese si configurano
(non mi posso fermare)

Oppure anche soltanto dal gusto e dall’ebbrezza dell’abbandono. Sorgono allora sentimenti di sdoppiamento, di moltiplicazione, di sovrapposizione

mi sono fermata / un attimo a pensare poi sono ripartita / con la vita di qualcun altro addosso
(sulle vie di Shibuya)

scaturisce, nell’avventura mentale, il senso incontrovertibile dello straniamento.

(dalla prefazione di Renato Martinoni).


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Lella De Marchi legge "Non mi posso fermare"

Premi

2012

Segnalazione al Premio Città di Moncalieri 2012

Seconda classificata Premio Oubliette

Finalista Premio Albinga Unum

2011
Premio "Opera Prima" al Premio Astrolabio 2010-2011
Finalista al Premio Beppe Manfredi Opera Prima, giugno

2010
Finalista al Premio Firenze 2010, dicembre
Premio Speciale della Giuria al Conc. Violetta di Soragna 2010, ottobre
Finalista al Premio Carver 2010, settembre
Finalista al Premio Pascoli 2010, settembre
Finalista al Premio Gaetano Cingari 2010, agosto
Finalista
al Premio Angelo Musco 2010, agosto
Menzione speciale al Premio Lorenzo Montano 2010, luglio
Premiata con targa al Premio Città Cava de' Tirreni 2010, luglio
Segnalazione al Premio "L'Aquilaia" 2010, giugno
Primo Premio Speciale "Athos Lazzari" Città di Cattolica 2010, aprile

Recensioni

"La spugna" di Lella De Marchi

Poemata - Versi contemporanei, a cura di Francesca Del Moro

in "Illustrati", luglio 2012 


Dove mi passa la voce del mondo?

Qual è il punto esatto in cui tutto comincia?

Che cos'è la sostanza delle cose?



Con ciascuno di questi versi si aprono rispettivamente le prime tre poesie di questa bellissima raccolta, interrogativi universali a cui l'autrice non fornirà risposte univoche ma che daranno il via a un'indagine scrupolosa. Un'indagine che riesce a dar voce all'ineffabile presa di coscienza del bambino nel momento in cui per la prima volta scopre i confini tra sè e l'esterno e dice "io". Ed è infatti scegliendo la prima persona che Lella De Marchi si asporta un pezzo di tessuto e lo pone sotto il microscopio per indagare a fondo la propria composizione in quanto essere umano. Quella che si offre al suo sguardo penetrante e consapevole è una consistenza spugnosa. La spugna presenta due fondamentali caratteristiche: la porosità, che le consente di assorbire i microrganismi di cui si nutre, e la capacità di disgregarsi e riaggregarsi. Da queste caratteristiche si dipartono i due binari che scorrono parraleli lungo tutta la raccolta. Da un lato, infatti, l'io-spugna tende ad assorbire il proprio ambiente, scoprendosi cosa tra le cose, librandosi per farsi aria, serbando in sè il germe materno e la vivezza dei ricordi, perseguendo una fusione totale con l'essere amato. Ma a questa spinta centripeta, come nota opportunamente Renato Martinoni nell'introduzione, corrisponde uno slancio centrifugo che porta l'essere umano a disgregarsi in un'ineffabile molteplicità, a scoprirsi ingannevole ai propri occhi e a quelli altrui, arrivando addirittura a riconoscersi nel nulla, acme della disgregazione che precede la riaggregazione. Curatissime sul piano del ritmo, queste liriche compongono una sinfonia di illuminazioni che si imprime a fondo nella mente del lettore sposando la poesia alla metafisica.

 
 

"La spugna" di Lella De Marchi

 di Alessia Mocci per Oubliette Magazine

  

La scelta del minuscolo e della punteggiatura quasi totalmente assente, la scelta di spezzare il verso con amabili enjambement che incatenano in una lettura audace e conturbante, "magari l'esistenza" è un esempio della poetica presente in una raccolta dal gusto esotico e innovativo, nonchè familiare per la veridicità dei temi trattati.

  

continua...

  

http://oubliettemagazine.com/2012/04/27/la-spugna-di-lella-de-marchi-seconda-posizione-nella-sezione-b-del-secondo-concorso-oubliette/

  

 

Enzo Campi,
articolo per "Poetarum Silva"


30 settembre 2011

  
"
Versi suadenti, dal diktat ritmato, pervasi da una volontà persuasiva e insieme discreta.
Una poetica a metà tra l’areale e il sospeso, campionata e scansionata per sequenze interrogative.
Qui la “cosa” diventa un “qualcosa”, ovvero: l’indefinibile che batte le strade della sua dispersione.
Ma nella dispersione permane come una traccia.
Forse sarebbe più appropriato dire una scia in cui le particelle lavorano su una continua ri-configurazione.".

     
  
   
  
  
Motivazione di Andrea Salvini per l'assegnazione del Premio Opera Prima al volume "La spugna" di Lella De Marchi (Astrolabio 2011)

L'autrice la scelto per intitolare la sua raccolta il nome di un animale umile, destinato a diventare spesso un oggetto di uso comune, la spugna, appunto. Questa si rivela subito, alla prima lettura della raccolta, una metafora semplice e immediata, ma anche ricca di implicazioni semantiche. Lo stile, che quasi mai conosce confini sintattici definiti, richiama, secondo noi, proprio gli infiniti percorsi che l'acqua compie all'interno di una spugna nel suo flusso e riflusso, e quest'acqua può far pensare all'essere quando viene a contatto con l'arte poetica e vi penetra in profondità. La sensibilità dell'Autrice tenta veramente una simbiosi con la realtà, fino agli orizzonti più lontani, simboleggiati dalle liriche di ambientazione giapponese. E' in fondo la missione della spugna: disgregarsi per diffondersi nel mare, potenzialmente all'infinito.
Siamo quindi lieti di assegnare a Lella De Marchi il nostro premio per l'opera prima.

Andrea Salvini

  

LA SPUGNA CHE FILTRA LA VITA

Di Alessandro Moscè,

in Prospettiva, 29 gennaio 2011

  

Lella De Marchi (che è nata e vive a Pesaro e che si esercita anche nell’arte fotografica) con il suo La spugna (Raffaelli, Rimini, 2010) ha dato alle stampe una raccolta poetica del valore per lo più metaforico, che svela somiglianze funzionali, ideali. Le spugne sono animali marini che presentano una struttura molto semplificata: in sostanza la ramificazione della cavità interna consente di filtrare acqua salina. Le spugne sono dotate di piccoli elementi scheletrici, le spicole, che garantiscono la pulizia e la nitidezza del mare dove proliferano. In più, una peculiarità di questi poriferi, sta nella continua disgregazione e riaggregazione dell’intero corpo. Se con un setaccio vengono separati gli elementi costitutivi, questi si rinsaldano velocemente. Ecco il senso subliminale dei testi poetici: la filtrazione di un animo umano, e il poter riunire sottotraccia tronconi di vita, particole di un’esistenza allontanata, rimossa, spezzata in due. Immagini metaforiche, quindi, similitudini e ossimori letterari compongono il viaggio inteso come esplorazione. Viaggio che si amalgama di ignoto, di astrattezza, non solo di cose tangibili da poter definire con la nominazione. Lella De Marchi, nel prologo a La spugna scrive: “dove mi passa la voce del mondo? /7 non sono piena, il mio corpo non è / materia uguale pesante compatta / il mio corpo non è cemento…”. C’è una leggerezza sapienziale in questi versi interrogativi, che ricorda vagamente certi imput della poetessa umbra Patrizia Cavalli, per la quale “la scienza è tutto ciò che la scienza trascura o ignora. In fondo, la spugna nelle sue dinamiche fisiche, coglie anche una vocazione filosofica intorno ai misteri sui quali riflettere: “che cos’è la sostanza delle cose? // la forza della gravità, il peso / che quella forza imprime su tutte / le cose per spingerle a terra…”. La forza di gravità attrae i corpi nel suo raggio d’azione fino a sommuovere l’esistente, fino a creare linee invisibili di spostamento che potrebbero essere anche quelle di un organismo di donna. Nella poesia di Lella De Marchi si riscontra un continuo circolare di azioni tra spazi, soffi, vibrazioni, vuoti, fondi ecc. L’autrice si chiede quale sia il punto di partenza, l’evento primigenio, l’espansione di un nucleo dal quale dare il via alla creazione, ad ogni creazione: “essere senza senso, senza nessuno / dei sensi, librarsi alti nel cielo, / diventare aria, via via liberarsi / salendo dei nomi attaccati / agli oggetti, / dei loro sensi, fare / come può fare la musica…”. La poesia serve per focalizzare una traccia, una sorta di immortalità a queste azioni precarie. Cristallizzare i tempi vicini e remoti permette a Lella De Marchi di assimilare la multiformità dell’esistenza, le sue sfaccettature, la sua dualità, tanto è vero che usa termini inconfondibili come “plurima”, “plusvalenze”, “pluriversa”, “multicolore”, “multanime”. Questo prisma con più facce è un dato esteriore, ma anche endogeno, esprimendo un concetto psicologico, una ragione somatica, un’affettività dell’anima. “Il sentimento opposto” è un approfondimento di sé: “ma se mi spingo troppo è come diventare / niente, un luogo inaccessibile vuoto / anche di me, un giorno che non ha fine // né inizio, è come restare restare fuori da tutto / andando sempre più a fondo”. Lella De Marchi sembra sentire sulla sua pelle il cambiamento impercettibile delle molecole, degli atomi. Il suo non è uno sguardo sui grandi avvenimenti del mondo, ma sui gangli dell’universo e dell’uomo: pertanto è uno sguardo del tutto anacronistico. Anche se la poetessa allude a sé stessa, non è mai autoreferenziale, ma assoluta, perfino verticale. Vede la complessità della natura nella sua ciclicità e riduce l’equazione a segni, a “messe in parallelo”. Insomma, cerca sempre di capire ciò che risulta frastagliato, oscuro, astruso. Come nella poesia Sono, quando fiuta una verità da estrapolare in una corsa infinita, in un’inesausta volontà di affermare la rivelazione prima e ultima, il segreto cosmico, il big bang delle piccole realtà, dei piccoli avvenimenti quotidiani: “negli anfratti disusati delle cose, / sulla trasmissione diretta dei segnali, / lungo gli interstizi disabitati / dei mattoni, nella polvere, / sulle convergenze dei rumori, / nelle congetture dei silenzi, dentro / al calcolo dei numeri, sopra / la traiettoria divergente delle lettere”. La seconda parte del libro ha maggiore concretezza e materialità. Basti pensare alla poesia d’apertura, bellissima, e al suo scatto così incisivo: “ Questa mattina sulle vie di Shibuya / mentre camminavo in cerca di un caffè / mi sono vista riflessa sopra i vetri / di un negozio e mi sono sembrata / qualcun altro…”. Forse Lella De Marchi ha trovato, alla fine del suo percorso, la scaturigine della poesia, prima ancora che dell’universo: cioè il proprio corpo “come inciso sulla pietra”. Gli scorci della seconda parte di La spugna determinano luoghi in transito, fuggevoli, che rispondono ad una logica cauta, ad un pensiero allegorico e alla presenza, appunto, del corpo. Per esempio nel bianco dell’aria azzurra a Tokyo Bay: nel balcone che cerca il sole; nel monte Fuji dove la nebbia appare e scompare; nel kimono con gli occhi del colore delle mandorle. Ma c’è un testo in cui Lella De Marchi riannoda benissimo il ricordo struggente, al memoria personale e impersonale, dove trova il comun denominatore di una “nostalgia” intesa nell’accezione più profonda della parola, che si traduce nel “desiderio del ritorno”: Il giradischi rosso. Il ballo può essere evasione, ma anche stasi, blocco. Lella De Marchi si ferma all’improvviso e viene “dolcemente aggredita” da un’onda, da una ferita d’amore che gli anni non hanno cancellato. Succede qualcosa proprio mentre sta ballando. Quell’ “inutile infinito” di ispirazione ungarettiana (cioè il ricordo) si mostra nella sua nudità, ed è un pensiero vigile, solerte “ho smesso di ballare, ho messo le mie mani nel calore sicuro / delle tue che già conosco, sotto un lampo / di luce psichedelica all’improvviso / mi è sembrato di pensare a quella / musica lontana, nascosta tra i ricordi…”. Ci si riconosce testimone della propria infanzia, confidente-interlocutrice nel mondo degli affetti che torna con prepotenza. E’ uno slancio, una percezione di tipo tardo-romantico, senza alcuna accezione fantasmatica. Come in un cassetto che si apre, appare il riconoscimento di qualcosa di prezioso, di irriducibile. Il ricordo porta a 2certe sere nelle ablere / su in Romagna , al giradischi rosso / di mio padre che girava la domenica / mattina poco prima del pranzo / nel caldo del soggiorno, a quel vecchio / disco di vinile che frusciava”.

 

  "La spugna"

recensione di Alessandra Di Gregorio per Scrittura Informa

  

Originale, feemminile, vivace. Declinerei così la silloge poetica di Lella De Marchi, l'autrice che mi ha piacevomente sorpreso perchè è stata in grado di entrarmi in testa con quel suo lessico non declamatorio ma selezionato, fine, che ha saputo fare suo, volendo intesseere trame linguisticamente rilevanti, piacevoli all'orecchio, significative.

  

Versi legati da un piacevole gioco di "scavalcamento" (enjambement), che accompagna la maggior parte delle composizioni quasi a legarle con un'onda che ne regoli la portata. Versi lucidi, di forme e di mutazioni, di frazionamenti e aggregazioni. Atomi che se ne vanno. Atomi che tornano....

  

(Continua:http://scritturainforma.wordpress.com/2010/05/14/la-spugna/)

  

 

"La spugna" di Lella De Marchi

il commento di Nicla Morletti per Manuale di Mari

  

 Lella De Marchi è poetessa dall’animo nobile e gentile. E questo libro ne è la testimonianza. L’autrice scrive versi con maestria obbedendo all’istinto che la trascina verso la manifestazione dell’impressione che essa ritrae a contatto della natura. Della vita. Delle cose. La bellezza incomparabile del cielo viene ritratta con dolcezza e umanità, perché la mano che scrive obbedisce ai sentimenti: “Essere senza senso, / senza nessuno / dei sensi, / librarsi alti nel cielo, / diventare aria…”
Ma la poesia di Lella De Marchi è anche ricerca del sé: “Dentro di me sempre di più miapprofondisco, / ma se mi spingo troppo è come diventare /niente, / un luogo inaccessibile vuoto anche di me…”.

  

http://www.manualedimari.it/portal/poesia/novita/la-spugna-di-lella-de-marchi