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Lo specchio

INTERVISTA ALLO SPECCHIO/II
La spugna
 
 
Lella D:
Lella, tu hai cominciato a scrivere scrivendo poesia. Possiamo dire che la poesia, in scrittura, è il tuo primo amore?
Lella R:        
In un certo senso sì. E’ dalla poesia che ritorno a casa, sempre. Come da un innamorato. Anche quando scrivo racconti, è così. Il primo nucleo, quello da cui l’intera trama si svilupperà, è un’immagine poetica condensata. La stessa struttura portante dei miei racconti è poetica e, in parte, filosofica.
 Lella D:       
Non parli, dunque, di una distinzione in generi, parlando di poesia.
 Lella R:        
Esattamente. Ci sono racconti o romanzi con parti molto poetiche, o viceversa. E per tornare a quello che dicevi, è una forma d’amore il sentimento che anima la poesia. Ma la scrittura in generale, penso. Quando scrivo poesia, per esempio, il primo verso mi gira in testa, e mi rigira, senza tregua. Finchè tutta la poesia non è nata non smette mai. E’ come pensare tanto insistentemente ad una persona per cui cominci a provare un sentimento. Che si fa ogni giorno più forte. Passano i giorni e quella cosa informe e senza nome prende consistenza. Sempre di più. Finchè ti esplode. Prima dentro e poi fuori. E si realizza. Si realizza l’inevitabile.
 Lella D:       
L’inevitabile?
Lella R:        
La poesia accade, senza un perché vero. Si materializza. Prende forma lentamente. La poesia è come la realizzazione del non vissuto. Evitabile, in fatti, inevitabile a parole.
Lella D:       
Dunque la poesia non è il vero, qualcosa da raccontare?
Lella R:       
Lo è, in parte. E’ il vero che non si può dimostrare. Come non puoi dimostrare o spiegare perché ami. Ma ami lo stesso.
 Lella D:       
Ma cos’è allora che prende forma nella poesia?
Lella R:        
Una specie di nucleo originario delle cose, mi sembra. Una cosa che non hai mai visto. Che non ha mai detto. L’invisibile. L’inespresso. Certe cose, se non ci fosse la poesia a dirle, rimarrebbero inespresse. E’ il motivo per cui penso al potere taumaturgico della poesia. La poesia riesce ad effettuare la rimozione del rimosso. E a liberare certe pulsioni compresse. Fa molto bene la poesia. Dovremmo leggerne e scriverne di più. Aiuta tanto anche a non avere paura di ciò che si prova. Non è facile, ma è una buona strada. E poi ancora.
Lella D:       
Ancora?
Lella R:        
Credo che la poesia nella sua forza di liberazione dell’inespresso, ci aiuti a guardare il mondo con occhi più onesti. Meno votati all’utile. Anche in politica farebbe bene la poesia. Ma ovunque, nelle case, nelle famiglie, tra le persone. Ha un grande potere di revisione delle coscienze. Non è poco. A saperla ascoltare.
Lella D:       
Quando hai cominciato a scrivere poesia, Lella?
 Lella R:        
Ero molto piccola. Quando incontravo situazioni difficili o incomprensibili per me, cose che mi procuravano dolore, prendevo una penna e scrivevo. Quello che scrivevo aveva un ritmo ed una melodia. Spesso, anche la rima. Ma accadeva tutto molto naturalmente.
Lella D:       
Naturalmente?
Lella R:        
Non scrivevo con la coscienza o la perizia di scrivere poesia, ma il risultato era qualcosa che assomigliava ad un insieme di versi, legati tra loro da un tema, nutrito di domande umane e sentimenti vari. Tutti i sentimenti. La paura, l’amore, l’odio, la rabbia, il rancore, la gioia, la spensieratezza, il desiderio di evasione, il bisogno della prigionia, la necessità di cercare delle risposte, tutto quanto insieme. Col tempo, ne ho compreso anche il miracolo.
 Lella D:       
Il miracolo?
Lella R:        
Ha qualcosa di profondamente miracoloso una bella poesia. In poche parole un mondo s’illumina all’improvviso, una verità nascosta riemerge dal buio e dall’oblio. Per aiutarci a capire o sentire di più o diversamente il mondo. L’insieme di tutti i nostri sentimenti, di tutte le nostre pulsioni, in una specie di soffio ritmico. Brevissimo. Lapidario.
La poesia nel giro di pochi versi realizza il ciclo vitale. Che si conclude con la morte. Gli uomini, se sono fortunati, lo realizzano in ottanta novanta anni. Una poesia in pochissimi minuti, talvolta in pochi secondi.
Lella D:       
Vuoi dire che il processo di creazione di una poesia è brevissimo?
 Lella R:        
Niente affatto. In scena, nella poesia scritta, è solo l’ultimo atto della creazione. Ma dietro c’è una storia lunghissima. A volte penso che le parole di cui ci serviamo nella poesia, io nella mia, per esempio, non siano neanche le nostre. Che andiamo a prenderle non so da quale ancestrale lontananza e le portiamo alla luce. Con la poesia facciamo affiorare altri vissuti. Che fino ad ora non avevano trovato voce. Anche in questo senso, l’inevitabile. Altrimenti non mi spiegherei perché a volte, ma spesso, mi dicono “ma l’hai scritta tu?”. Come se la poesia non mi appartenesse. E forse è così.
Lella D:       
La tua poesia non ti appartiene?
Lella R:        
Non del tutto. Non appartiene quasi mai al tempo che vivo. E’ un grande viaggio a ritroso, o meglio, verso il dentro. Per far affiorare parti nascoste e che gridano per venire alla luce.
 Lella D:       
Allora la poesia è anche una necessità?
 Lella R:        
Anche. Proprio come l’amore. Una necessità da cui non puoi sottrarti. E un gran lavoro.
Lella D:
Un gran lavoro?
Lella R:        

Un lavoro faticosissimo. Il tempo che intercorre tra la nascita miracolosa del primo verso fino a che non nascono tutti i versi può essere molto lungo. I versi stessi hanno bisogno di essere revisionati. Anche tante volte. Anche con minime variazioni. Soprattutto. Non basta, nella poesia, dire le cose è necessario che le parole aderiscano perfettamente a ciò che chiede di essere espresso. Che non ci sia frattura alcuna tra l’intenzione di dire, quello che si dice e come lo si dice. Un’aderenza perfetta.
Lella D:       
Il verso non parla ma dimostra, diceva Quasimodo.
 Lella R:        
Esattamente. Per far questo è necessario andare indietro fino al nostro centro. E ritrovare il nostro verso originario. Quella che si recupera, con la poesia, è la nostra facoltà di linguaggio originaria. Il verso, in viaggio verso il nostro centro, si depura di tutte le scorie del mondo. E diventa un cristallo. Spesso penso che quando scriviamo poesia vera parliamo il nostro linguaggio di bambini. Il mondo sporca il nostro linguaggio e confonde ciò che è puro. Secondo me, il nostro primo verso nel mondo è il primo grido che emettiamo quando nasciamo. Sottratti dalla protezione della silenziosa placenta. Se studiassimo i diversi primi vagiti dei neonati potremmo forse anche capirne liinnata musicalità poetica, chissà. Ma è un discorso davvero a matrioska. Potremmo non finire mai.
Lella D:       
Allora, fermiamoci un attimo, per adesso, e parliamo della tua raccolta, chi è la spugna, Lella?
Lella R:        
La spugna sono io in viaggio in questo mondo. E spero che molti altri si possano riconoscere in questa immagine/metafora portante del mio libro. Io mi sento assorbita dentro la vita come una spugna. In me vedo e sento molte caratteristiche della spugna che abbiamo in natura.
Lella D:    
Quali, per esempio?
 Lella R:        
La capacità di aggregazione/riaggregazione, soprattutto. Io mi sento spesso frantumata, frammentata, traumatizzata. Ma è proprio lì, dalla frattura, che comincia il mio viaggio nella vita. Un neonato è come la spora di una spugna. Rigettato da una condizione, quella dell’indistinto placentare, e soffiato in un’altra dimensione spazio-temporale. Deve colonizzare il substrato in cui si trova, suo malgrado, e all’improvviso. E’ la legge della sopravvivenza.
 Lella D:       
La sopravvivenza, Lella, un tema a te molto caro, in poesia come nei racconti
 Lella R:        
La nostra vita nel mondo è la sopravvivenza alle circostanze che ci accadono intorno. A volte per sopravvivere ci sedimentiamo. Soprattutto nel primo momento. Ed è il tempo della riflessione e del pensiero. E’ il momento della mente. Prima dell’inizio del viaggio vero.
Lella D:       
Parli della prima parte del libro.
 Lella R:        
Sì. La prima delle tre colonie in cui è diviso il libro come in tre atti. La spora della spugna gettata nella vita, strappata alla placenta, si ferma per un po’ in un posto. Si sedimenta, deve trovare un modo per sopravvivere. Il suo primo movimento è il movimento della mente. Prima di partire per un viaggio la paura prende il sopravvento. Allora nascono tutte le domande che fioriscono nella prima parte del libro.
Lella D:       
Che tipo di domande?
Lella R:        
Qual è il punto esatto in cui tutto comincia, qual è la sostanza delle cose, perché ci si incontra in un punto del tempo poi nel tempo quel punto scompare, e così via. Le domande capitali, insomma. Chi siamo da dove veniamo dove andiamo. Sono domande pesanti, ma inevitabili.
Lella D:        
E poi che succede?
 Lella R:        
Per non morire atrofizzati dal pensiero e dalle sue paure, come implosi in se stessi, per approfondirsi senza andare a fondo del tutto, dobbiamo riprendere il viaggio. Lasciare che una spora, un’altra, parta realmente e di nuovo. Dobbiamo anche dire addio. Imparare a dirlo. Ad abbandonarsi un po’, magari anche per ritrovarci.
Lella D:       
E allora arriva il secondo tempo, il tempo del corpo. Il tempo della seconda colonia.
Lella R:        
Esattamente. Il tempo del corpo non è mai sempre identico a se stesso. Possiamo, già in vita, reincarnarci in tanti corpi, in tante forme. Possiamo sentire il nostro corpo in molti modi. Possiamo capire che i nostri sentimenti possono incarnarsi in più forme. E’ difficile, ma è bello.
Lella D:       
Bello?
Lella R:                   
Bello è sapere che, in fondo, al di là delle differenze contingenti e magari importanti, siamo tutti chiamati ad un identico destino. La paura, l’amore, l’odio, l’amicizia, la gioia, sono per tutti. Ovunque. E’ bello riuscire, in qualche momento, a sentire la nostra fondamentale uguaglianza. Ristabilire un po’ di fittizia ma profonda giustizia. Poi è divertente e piacevole questo viaggio.
Lella D:       
Divertente e piacevole?
 Lella R:        
E’ doloroso, certo, dobbiamo dire addio, cambiare, spostarci anche se non vorremmo, ma se ci lasciamo andare al gusto e all’ebbrezza dell’abbandono e del viaggio, tutto diventa molto piacevole e inebriante. Non c’è un senso, in fondo, in questa vita. E questa assenza di senso può generare molto piacere, liberarlo. A lasciarsi andare alle cose.
 Lella D:       
Ma il corpo di cui parli, e che viaggia, non è propriamente la carne.
Lella R:        
Non propriamente. E’ il pensiero che si fa corpo. E si ritrova nella varietà delle forme carnali. Sono un po’ cerebrale, lo riconosco. Ma amo la forza del pensiero. E non perché non voglia sentire la carne in tutta la sua bruciante presenza. Ma perché non credo possano essere distinti. E penso, e non so se è un limite o una chance, che la mente vinca sul corpo. Vince la nostra capacità decisionale. Sempre. Anche quando si decide di uccidere il proprio corpo. Credo nella scelta come facoltà importante e forse ineludibile dell’uomo. Noi vorremmo illuderci di non scegliere. Che ci sia un destino superiore che allontani la difficoltà della scelta. Ma non è così. Il suicidio, per esempio, che è l’atto più estremo di dedizione alla carne, proprio per questo motivo non è un atto mai del tutto irrazionale. Non mi basta sentirmi dire che è solo l’atto di un folle. Un momento incomprensibile.
Lella D:       
E nella terza colonia che succede, Lella?
Lella R:        
Ho pensato alla mente, al corpo, ai loro diversi modi di sentire e vivere il mondo. Poi ho pensato a quali sono i segni tangibili del nostro passaggio di spugne nel mondo. Ed è nato il regno degli oggetti. Segni tangibili e consistenti del nostro vissuto. Quando conosco una persona, per esempio, all’inizio io frugo tra le sue cose, presa da un’insaziabile desiderio di conoscere tutto di lei. I suoi oggetti mi parlano tantissimo. A volte più delle parole. E più delle parole a volte ci sopravvivono.
Lella D:        
Anche gli oggetti sopravvivono?
 Lella R:       
Sopravvive tutto, ciclicamente. Per un po’ scompare e poi ritorna. Come i versi delle poesie che scriviamo e che mi sembra affiorino da chissà quale lontana età per parlarci ancora di noi.
Lella D:       
Ma noi allora non finiamo mai?
Lella R:        
Non finiamo mai, in questa vita, e non abbiamo un’unica forma o esistenza. Ecco perché certe cose ci appaiono incongruenti. O contraddittorie. Non sempre uguali. Se fossimo univoci e non contraddittori mi spiegherei malissimo perché continuiamo a cercarci con la poesia o le arti o a perderci in discussioni, talvolta sterili e senza mai fine. Ma che alla fine ci danno come un senso di sollievo. Ci confermano l’assurdità di quanto ci circonda e ne evidenziano la bellezza, in quello che hanno di più inspiegabile. Vi è mai capitato di parlare con il vostro innamorato o innamorata ed avere la sensazione che proprio non vi capisca o non sia nella vostra lunghezza d’onda, proprio lui o lei, in cui avete riposto ciò che di meglio avete? E’ capitato anche a voi?
 Lella D:       
A me sì. Diverse volte, poi. Un'ultima cosa, Lella. Ma se la poesia, come dicevi all'inizio, è come vivere un amore, quando si è terminato un libro di poesie, come ci si sente, come quando finisce un amore?
Lella R:        
Proprio così. Sprofondati nostro malgrado dentro un grande vuoto. Con una certezza. Dolorosissima. Si chiude un capitolo. Ma non finisce la storia. La spugna non può smettere mai di replicarsi, finchè c’è vita. Questa vita. Ed altre vite. Non finisce nulla, stai pure tranquilla. Tutto prima o poi ritorna. Magari sotto un'altra forma. Ma ritorna. Da questo punto di vista l'eterno può esistere. Anche qui sulla terra.
 
 
 
 

INTERVISTA ALLO SPECCHIO/I
Racconti Nove


Lella D:
Cominciamo dal titolo, Lella, perché “Racconti Nove”?
Lella R:           
Perché in questa raccolta sono riuniti i miei primi nove racconti, scritti tra il 1998 e il 2004 circa. Se ho scritto nove racconti fino a questo punto, e non dieci e non otto, ci sarà un motivo, mi sono detta. Quando ho capito che c’era qualcosa che li teneva uniti insieme e che non potevo più scriverne altri simili a questi, almeno per il momento. Così ho intitolato la raccolta “Racconti Nove”.
Lella D:           
Ancora una domanda sul titolo, Lella, perché nove dopo racconti, perché il numero dopo il sostantivo cui si riferisce?
Lella R:           
La posposizione del numero rispetto al sostantivo cui si riferisce è un piccolo mutamento dell’ordine abituale delle parole, del loro naturale concatenarsi discorsivo. A volte, così facendo, si possono intravedere nuovi significati, può cambiare anche il significato d’insieme di una frase, in questo modo.
Lella D:           
Lella,  parlaci un po’ di questo qualcosa che unisce i racconti di “Racconti Nove”, nove racconti, nove storie differenti per origine, provenienza, argomenti trattati…che “intrecciano scienza vita e amore”.
Lella R:           
Me ne accorta dopo che li avevo scritti, prima ero troppo impegnata a scriverli, ma erano proprio le differenze ad unirli. Sono nove storie differenti, sì, ma anche simili. A volte una differenza apparente può nascondere somiglianze profonde, celare molte analogie. Mi interessava riuscire a riconoscere quello che c’è di simile in esperienze differenti. Riuscire a vederlo.
Lella D: 
          
La differenza dei racconti consiste allora nella varietà degli spunti?
Lella R:           
In un certo senso, sì. Ho preso spunto da articoli di giornale, citazioni di autori che ho letto, brani di canzoni, argomenti vari che più avevano colpito la mia attenzione, fantasia e curiosità, acceso il mio fanalino interiore, insomma. Che stimolavano in me riflessioni su quello che vedo accadere nel mondo e intorno a me e sento del mondo. Di questo grande enigma. Di questo tempio, di questo bosco intricatissimo in cui si nascondono le cose e i loro significati. Mi è sempre piaciuto conoscere, fin da piccola, e capire. Forse è per questo che mi piace molto leggere. Poi  è stato anche molto divertente.
Lella D:           
Divertente?
Lella R:           
Addentrarsi in questo grande enigma è molto avventuroso. E’ come vivere un’avventura nell’avventura del mondo. E l’avventura è divertente. Si possono fare molte cose nuove ed impensate, conoscere personaggi interessanti, scoprire nuovi mondi e significati,  rianimando fantasia, desiderio di avventura e senso di libertà. E scrivere e leggere aiutano parecchio in
questo senso.
Lella D:           
Possiamo parlare, Lella, di nove frammenti, vari e differenti l’uno dall’altro, ma collegati tra loro da nessi più o meno evidenti?
Lella R:           
Brava, proprio così, dei frammenti. Una serie di frammenti, ritagliati un po’ ovunque in vario modo, poi ricomposti e ricombinati con fantasia e libertà a formare una storia, più o meno esistente. Questo ho cercato. Spero di averlo raggiunto.
Lella D:           
Quanto contano internet e le nuove forme di comunicazione in tutto questo? Oggi possiamo accedere in tempo reale a moltissimi frammenti di informazione, di storia, di vita, di tante cose.
Lella R:           
Molto, credo. Quando sei in internet questa sensazione di varietà e frammentarietà è piuttosto netta. Internet ha poi introdotto un momento di grande democratizzazione della vita conoscitiva. Per esempio, ha consentito a molti di avvicinarsi a cose prima difficili da conoscere, anche alla scrittura e a chi scrive. E a chi scrive di conoscersi.
Lella D:           
Dunque sei favorevole a queste nuove forme di comunicazione?
Lella R:           
Certo, anche perché ho una visione in fondo ottimistica del mondo e del nuovo. Poi però dobbiamo intervenire in questo grande mare di informazioni e crearci una sorta di “enciclopedia” personale. Non dobbiamo lasciare che le esperienze vengano normalizzate. E si perdano. Credo che sia necessario portare nel mondo la propria esperienza in quel che ha di unico e irripetibile. Provare ad esprimere le cose come sono già scritte dentro di noi, in ognuno di noi. Portarle alla luce. E poi condividerle.
Lella D:           
E come spieghi l’utilizzo della forma del racconto per parlarci di tutto questo?
Lella R:           
E’ una scelta, un po’ obbligata, come tutte le scelte. Ma una scelta. Io ho cominciato a scrivere con la poesia e la sua ricerca di essenzialità e universalità, la sua natura intimamente simbolica è ancorata al mio modo di scrivere. Poi scrivo nei ritagli di tempo. Cerco di ricavarlo, il tempo per scrivere. Però la brevità si lega molto bene alla varietà e frammentarietà di cui stiamo parlando. Inoltre ho sempre adorato gli scrittori di storie brevi. Spinti dall’esiguità dello spazio a disposizione a cercare una prospettiva particolare, spesso insolita, da cui vedere i personaggi e la storia. Li trovo incisivi. E innovativi. Illuminanti. I racconti non mi annoiano quasi mai.
Lella D:           
Puoi farci qualche esempio?
Lella R:           
Mah, penso a Carver, Calvino, Bukowski, Hemingway. Per citarne alcuni tra i più bravi e innovativi che mi vengono in mente adesso, di quelli che ci consentono di parlare del racconto come forma letteraria compiuta e a se stante, non solo come esercizio propedeutico al romanzo. Naturalmente tutto questo è un discorso teorico, non è che voglio paragonarmi a loro. Però li ritengo dei maestri. Poi la forma del racconto è una forma particolarmente umana.
Lella D:           
Umana?
Lella R:           
Penso che l’esperienza della scrittura in generale sia un’esperienza umana, che scrivere evidenzi il bisogno umano di comunicare con le forme che ci sono più congeniali. Molto si può dire scrivendo che non si riesce ad esprimere a parole. Io quando scrivo ho molto bisogno di essere letta, che il mio lettore mi ascolti e ci metta del suo per capirmi. Nei racconti brevi, poi, questo vale particolarmente, proprio perchè per questioni di spazio, non puoi pensare ad una storia compiuta da narrare sulla pagina e donare al lettore già bella e confezionata.  A volte la storia reale non è descritta, ma esistente e intuibile oltre le righe. A volte i racconti brevi non hanno il finale, non c’è spazio né tempo per descriverlo. E tu chiedi al lettore che lo faccia per te. In una specie di gioco interattivo. Che si inventi la storia ed anche il finale. La “sua” storia e il “suo” finale.
Lella D:           
Bene, Lella, forse a questo punto mi piacerebbe che mi facessi qualche breve esempio tratto dai tuoi racconti, soprattutto in relazione a queste ultime affermazioni.
Lella R:           
Ci provo. Tu sei  il lettore dei miei racconti, io scrivo e vorrei che tu mi seguissi, che mi dessi attenzioni, mi piacerebbe che rispondessi ad una serie di domande che io stessa mi sono posta scrivendo…
Lella D:           
In che senso?
Lella R:           
Faccio degli esempi.  L’euglena di Evolution Day, per esempio, questo essere a metà strada tra il mondo vegetale e quello animale, questo frammento di vita che per amore si sottrae alla storia della sua evoluzione intesa in senso darwiniano, allontanandosi da tutto ciò che gli è noto, famiglia amici habitat naturale, che fine farà? Io non lo so, e nel momento in cui è descritta, neanche l’euglena lo sa. E tu? Del Comandante De Long, invece, conosciamo la storia della spedizione al Polo Nord, ma di lui e degli altri della spedizione cosa sappiamo? Fortuna che il comandante ci ha lasciato il suo diario di viaggio, mi viene da dire. Chè se anche, per assurdo, la nave su cui viaggiava è stata stritolata dai ghiacci della banchisa, le conseguenze non sono state del tutto negative, perché i suoi relitti hanno lasciato preziose indicazioni sulle correnti di quei mari. E a te, a te cosa viene da dire? Lo trovi giusto? Andava comunque tentata l’impresa, considerati i rischi? E se in qualche parte dell’universo, magari sulla luna, esistessero davvero delle forme di vita minuscole e impercettibili ai nostri sensi, chiuse o protette dentro nicchie di ghiaccio, come si racconta in Microrganismi selenici? E se poi scoprissimo che vivono mangiano pensano e persino scrivono esattamente come noi? Tu cosa diresti?
Lella D:         
Pensi alla lettura come ad una parte attiva nel processo della scrittura, insomma…
Lella R:           
Sono contenta se solo riesco a stimolare in chi mi legge il desiderio di riflettere su alcuni argomenti, pensarci o anche farne argomento di conversazione. Per me è già un grande risultato. Il mio primo desiderio, la mia prima necessità, è quella di comunicare, parlare con più persone possibili, oltre a quella di fermare sulla carta riflessioni che altrimenti temo potrebbero andare perdute.
Lella D:           
Ma senti, Lella, adesso penso ai personaggi di cui ci parli nei tuoi racconti. Provengono da mondi differenti tra loro, lo spazio, la vita, la vita prima della vita, ma cos’hanno di simile questi personaggi, cosa li unisce e perché loro e non altri?
Lella R:           
Questi personaggi mi piacevano molto perché si adattavano tutti ad essere descritti in un momento molto particolare, direi quasi traumatico, della loro esistenza. Per scelta o desiderio di conoscere o  per amore  affrontano il cambiamento. Poi scelgono una strada differente da quella per loro prestabilita, e questo crea un momento di grande incertezza. Non possono sapere come andranno le cose, per loro. Se qualcosa cambierà davvero, o tutto resterà come prima. O se si perderanno completamente.
Lella D:           
E cosa fanno questi personaggi di fronte all’incertezza, alla loro fragilità?
Lella R:
Agiscono. Non si sottraggono. Scelgono di vivere ciascuno la propria incertezza e la propria fragilità Accettano anche un po’ il rischio. Pensano e vivono anche la possibilità che le cose vadano perdendosi. E in questo modo sopravvivono. Resistono. Esistono. Vivono sperimentando. Cercando di conoscere. Finchè possono. E in tanti modi differenti. Di questi personaggi e delle loro storie, mi attraeva soprattutto il lato eroico della loro esistenza in particolare e dell’esistenza in generale.
Lella D:           
Sono un po’multiformi, questi personaggi, tutti differenti, mai riducibili ad una esistenza fondamentale, tutti possibili o impossibili al tempo stesso…
Lella R:           
La storia narrata in “Evolution day” è in effetti un po’ la storia impossibile dell’ amore possibile tra un’euglena ed un’ameba, due microrganismi. Lo scenario in cui si svolge la storia è il brodo primordiale, questa immensa distesa di acqua che occupava la terra prima della comparsa delle terre emerse. E’ una storia molto romantica, per me.
Lella D:           
Anche un po’ universali, paradigmatici, questi personaggi…
Lella R:           
Trovo che al mondo ogni cosa, ogni avvenimento, ogni gesto oltre al suo aspetto reale possieda anche un significato simbolico. I simboli sono ovunque. Siamo tutti un po’ reali e un po’ simbolici. Ogni personaggio, ogni storia significa se stessa e qualcosa di altro cui allude. Non c’è storia, anche lontana da noi e dal nostro reale, che non abbia qualcosa da dirci. In ogni personaggio, in ogni storia, possiamo scoprire qualcosa di noi, delle nostre gioie, dolori, aspirazioni, paure. Penso che questa cosa riesca a farci sentire meno soli e isolati. Poi è anche il mio primo libro. Non dobbiamo scordarlo.
Lella D:           
In tutti i personaggi di “Racconti Nove” c’è anche un po’ di Lella?
Lella R:           
Sì, in un certo senso, ma anche di te o di altri, spero. Tutte le vite mi incuriosiscono, in fondo. Io mi chiedo spesso cosa farei o cosa direi se fossi quello o quell’altro, in certe circostanze. E’ una specie di strana curiosità, di strana voglia di provare tutte le vite. Questi racconti, in fondo, nascondono il desiderio, o se vuoi, la paura di non chiudersi in una forma definitiva. Di aprirsi al mondo.
Lella D:           
Cito dalla quarta di copertina, Lella, “la scoperta delle cose, di ciò che c’è attorno e di ciò che troviamo sulle nostre strade, perché è lo scoprire che ci rende giovani: non importa quanti anni si hanno, importa solo il piacere di svelare ciò che c’è dentro le cose. Se di una cosa non si è fatta ancora esperienza, ecco che si è giovani…”
Lella R:           
Sono tutti un po’ giovani dentro, questi personaggi. Anche quando non lo sono più in senso anagrafico. Riescono a volte a guardare le cose del mondo come se non le avessero mai viste prima. Riescono ancora a stupirsi. Provano ancora ad inventarsi. E poi sognano, a volte. Cercano di vivere la vita non come è ma come vorrebbero che fosse. Nel sogno fuori dal tempo e lo spazio vedono meglio questi personaggi. E’ il sogno di una vita differente che solo può indurli ad agire, ad andare incontro all’ignoto che non si conosce, e che può paralizzare l’esistenza. Provano ad agire, anche a rischio di morire, o di fallire. In questa dimensione, poi, magari si accorgono che ovunque ci sono le cose che cercano e di cui hanno bisogno, persino le cose che hanno lasciato o che credevano di avere perdute per sempre. Cercano di vivere sempre abitando in Rue de la Comète.
Lella D:           
Fantastico, Lella!
Lella R:           
Li  vorrei vivi e sempre innamorati, questi personaggi. E’ l’amore per ciò che non conosciamo il motore del mondo. L’attrazione in tutte le sue forme. Il desiderio di conoscere, esplorare, avventurarsi nell’ignoto. Fantastico. E bello.
Lella D:           
Bello?
Lella R:           
Sono belli questi personaggi quando mi appaiono così. Per me il bello esiste, non ho paura di pronunciare la parola bello, bello è il mondo favoloso che vediamo quando ci troviamo in una condizione simile all’innamoramento. Io, per esempio, mi sento più bella quando sono innamorata o sento l’amore di qualcuno sopra di me a proteggermi dalle mie paure. E non credo si tratti di illusione. Ciò che proviamo in quei momenti è reale. Allora la bellezza è reale. Magari ci appare a frammenti, ma ci appare. Io ho cercato in questi racconti di parlare di questa forma di bellezza.
Lella D:           
E vorrei chiederti, Lella, cosa fanno quando sono innamorati davvero, nella vita, di un’altra persona, questi personaggi?
Lella R:           
Vivono la relazione. Stanno l’uno di fronte all’altro, innamorati, estatici. Si riflettono. E si scambiano le parti. Ma per questo sarebbe bene leggere Il cerchio di Gisèle, il racconto che chiude la raccolta, dove due protagonisti umani di ventisette anni sono innamorati.
Lella D:           
Un racconto d’amore umano?
Lella R:           
Più che altro, una riflessione sull’amore. Sul prima il dopo il durante dell’amore. Sull’amore quando è vissuto nella relazione in atto. E sull’amore che resta a relazione finita.  Sull’altro, quando diventa uno specchio di se stessi molto piacevole. Che ci fa innamorare.
Lella D:           
Anche loro vivono accettando l’incertezza, la possibilità della perdita?
Lella R:           
Anche loro. Sono un po’ costretti a vivere e un po’ costretti a scegliere. Mi ha sempre colpito una frase che sentivo da bambina ripetere dai grandi. Alla domanda perché hai scelto lui o lei come compagno o come compagna, molti rispondevano che c’era solo quella o solo quello, al momento. E’ un po’ è anche vero. Poi si sperimentano, conoscono se stessi attraverso l’altro. Poi possono anche perdersi, ma non del tutto.
Lella D:           
Non del tutto?
Lella R:           
Perdersi è sempre un po’ riaversi. Capirsi un po’ di più. Credo che durante il racconto ci si possa chiedere quale dei due protagonisti stia narrando la storia, a tal punto i due punti di vista si sono fusi amandosi in un unico sguardo. E che a fine racconto resti lo stupore di non poter capire in che cosa consista realmente l’amore. Se nella relazione in atto. O nella vita dopo la relazione.. Poiché il protagonista sembra vivere in quell’amore, nei suoi insegnamenti, pur in modo differente, anche quando la relazione è terminata. O in tutte e due le cose.  Anche qui, spero di esserci riuscita.